
Parola della Domenica

1 Febbraio 2026 -
4 Domenica del Tempo Ordinario - A
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Insegnava: "Beati..."
Nel Vangelo secondo Matteo, che ci accompagnerà in questo anno liturgico, Gesù inizia il suo ministero come una luce che illumina chi abita nelle tenebre e nell’ombra della morte (cfr. Mt 4,16). Una luce che irrompe nella vita di due coppie di fratelli e apre di fronte a loro una nuova via. Una luce che oggi rivela un altro modo di guardare e abitare la realtà. Il ministero di Gesù infatti si apre con una parola che chiama a rovesciare la visione che abbiamo della vita e ci offre la prospettiva dalla quale Dio guarda la storia e gli uomini.
La logica “rovesciata” delle “beatitudini” (che ascoltiamo oggi nel Vangelo) è la chiave per comprendere tutto il discorso della montagna di Gesù, che ci accompagnerà per alcune domeniche.
Notiamo prima di tutto che il discorso della montagna non è una raccolta di imperativi, di cose da fare. È vero che si tratta di un insegnamento (“Si mise a parlare e insegnava loro dicendo…”), ma dobbiamo ricordare che l’insegnamento di un Maestro era una via aperta di fronte ai discepoli perché in essa trovassero la vita. La parola del Maestro in-segna, cioè segna in profondità la vita di chi lo ascolta inaugurando dentro di lui la possibilità di trovare la fonte della vita e della gioia. E questo in una relazione continua con il proprio Maestro.
Le beatitudini quindi non sono imperativi, ma indicativi che ci dicono che la vita non si misura in base alla sua riuscita e al possesso, ma a partire dall’amore di Dio Padre, dalla sua compassione per tutti coloro che si affidano a Lui e alla sua salvezza.
Per comprendere chi è l’uomo delle beatitudini è necessario partire dal termine “Beati” (in greco makàrioi, ‘ashré in ebraico) che Gesù ripete per ben otto volte. “Beati”, cioè felici, di una felicità, una prosperità che è dono di Dio. Questo termine per indicare la beatitudine non descrive una condizione “stabile” nella quale ci si trova una volta per sempre: infatti la parola “beati” comprende in sé l’idea del cammino, di un passo che ogni persona dichiarata beata ha iniziato a porre sulla via verso il compimento di quella gioia. C’è infatti un biblista francese che ha tradotto il “beati” con “in cammino”. Questo per indicare che l’uomo delle beatitudini sta camminando verso la pienezza di una gioia che gli è assicurata da Dio, ma di cui ora può pregustare qualcosa soltanto mettendosi in cammino con Gesù.
Le otto categorie di persone che Gesù proclama “beate” non corrispondono assolutamente ai nostri criteri di felicità: nelle prime quattro Gesù descrive persone che vivono situazioni personali di bisogno, di mancanza. I “poveri in spirito” mancano della grandezza e del successo umano; chi è “nel pianto” manca di consolazione nella propria tristezza; chi è “mite” manca della forza per reagire avendo rinunciato alla violenza e all’aggressività; chi “ha fame e sete di giustizia” manca di un riconoscimento dignitoso dei propri diritti. Ed eppure queste persone hanno la possibilità di essere felici proprio perché, mancando di qualcosa (e chi può dire di avere tutto??), possono rendersi conto di aver bisogno di Dio. E, aprendosi e affidandosi a Lui, scoprire che Lui è lì, pronto ad entrare nella loro vita.
È questo il cambiamento di sguardo che Gesù propone nelle beatitudini: è felice chi, nella propria debolezza o mancanza, riconosce l’amore di Dio che non lo abbandona, pronto a sostenerlo e rialzarlo.
Nelle altre quattro beatitudini Gesù invece descrive persone che si pongono in relazione agli altri nell’orizzonte dell’amore: i “misericordiosi” sono felici perché hanno scelto di alimentare relazioni fondate sulla misericordia e non sul giudizio con i fratelli; i “puri di cuore” sono felici per hanno uno sguardo pulito sugli altri e sulla realtà, senza soffermarsi sulle mancanze dei fratelli; gli “operatori di pace” sono felici perché invece di coltivare zizzania costruiscono relazioni pacifiche con i fratelli; i “perseguitati per la giustizia” sono felici perché cercano la giustizia senza nascondere la verità e scendere a compromessi con il male. La beatitudine di tutti costoro viene dallo scoprire che Dio è presente nei loro stessi gesti e nelle loro parole, come amore riversato sui fratelli.
Ora chi può dire di vivere secondo questa parola di Gesù? Chi può dire di aver sperimentato la beatitudine riservata ai poveri, ai miti, ai pacifici, ai misericordiosi…?
Non dobbiamo dimenticare che può vivere secondo la parola delle beatitudini solo chi entra nella logica pasquale. Infatti la parola che risuona sul monte delle beatitudini dobbiamo ascoltarla insieme alla parola che risuona su un altro monte, il monte del Golgota dove Gesù mostra una logica nuova, quella di chi sceglie di amare fino alla fine. È qui che la parola delle beatitudini si compie in un volto. È Gesù, il vero uomo delle beatitudini. In Lui che consegna la sua vita sulla croce si rivela la logica rovesciata di chi trova la propria gioia nell’affidarsi totalmente al Padre e nell’amare fino alla fine.
Quindi è seguendo Lui che possiamo gustare la dolcezza e la gioia che Dio ha donato al suo Figlio, Lui che ha vissuto nella sua umanità la povertà come ricchezza perché in tutto si è affidato a Suo Padre; il dolore e il pianto nella certezza che Dio “asciugherà ogni lacrima” (cfr. Ap 7,17); la mitezza come forza inerme di chi risponde al male con il bene; la ricerca inesausta della giustizia sapendo che Dio difende la causa del giusto; la misericordia come rivelazione del volto di un Padre che sempre riversa misericordia sui suoi figli; la trasparenza del cuore di chi non cessa di vedere Dio presente accanto a lui; la ricerca della pace, portando su di sé l’odio di chi vi si oppone con la violenza…
Al discepolo che segue Gesù, l’uomo delle beatitudini, è donato di scoprire una gioia che nessuno può togliergli proprio là dove vive la sua povertà, il pianto, la mitezza, la misericordia, la ricerca della giustizia, della pace… perché vive tutte queste condizioni con Gesù, affidato al Padre come Lui, il Figlio amato.
Allora quel discepolo potrà scoprire di essere figlio di Dio, come Gesù, e che lo stesso amore che il Padre ha per il Figlio è riservato anche a lui, come promessa che va compiendosi lungo il cammino della vita.